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Pour citer cet article : Moro MR. Bambino, figlio di immigrati : da che paese vieni ? Médecine et enfance 2006 (à paraître en français sous le titre  : Enfant de migrants, de quel pays viens-tu ?).

 

Bambino, figlio di immigrati : da chese paese vieni ? (1)
Interview de Marie Rose MORO par Nathalie MERCIER

Traduzione di Maddalena Riva


I figli di immigrati, di cui parla la Prof.ssa Marie Rose Moro nel suo ultimo libro "Enfants d'ici venus d'ailleurs" che apparirà presto in italiano, sembrano presi tra memoria e desiderio, memoria di una cultura ereditata e desiderio dei genitori di vederli inserirsi in una società di cui conoscono male le regole ed i valori. Una tale sfida, quando non è superata in modo esemplare, è spesso capace di destabilizzare la costruzione cognitiva e psichica del bambino. La consultazione transculturale dell'Ospedale Avicenne è l'occasione per prendersi cura dei bambini in difficoltà, di aiutarli a fare il legame tra qui e altrove, tra l'universo della comunità di "accoglienza" e quello dei loro genitori. La Prof.ssa Moro si interroga sugli "a priori" delle cause dei disturbi dell'apprendimento, dell'aggressività, dei ritardi scolastici di questi bambini… Ella evoca meno l'incapacità dei genitori a "crescere" i loro bambini, e maggiormente le difficoltà identitarie indotte da situazioni di meticciato. Ricorda, inoltre, che i pediatri possono sempre offrire conforto a queste sofferenze, e talvolta possono curarle.

Le difficoltà incontrate dagli immigrati hanno delle caratteristiche comuni ?

Tra tutti gli immigrati, il passagio dal Paese d'origine al luogo di emigrazione implica sempre coraggio e determinazione. Il percorso consiste in un processo dinamico di stravolgimento delle modalità di pensiero, l'abbandono dei codici culturali del proprio Paese, l'esprimersi talvolta in una lingua differente dalla lingua madre e consiste nell'adattarsi, senonché nel sottomettersi, alle logiche del Paese di "accoglienza". Non tutti gli immigrati sono preparati al cambiamento. La maggior parte di loro vivono dei periodi di vagabondaggio e di dubbio che possono essere legati alla loro incapacità di far capire le sofferenze che hanno vissuto, in periodo di guerra soprattutto, o alle discordanze troppo forti tra le loro speranze e la realtà quotidiana nel Paese di accoglienza. Se la maggior parte degli immigrati superano la fase inziale del trauma migratorio, altri restano "bloccati" dal dolore o dalla solitudine.

La sparizione del gruppo di riferimento indotta dalla migrazione presuppone tuttavia una modificazione delle relazioni intra-familiari e in particolare della posizione genitoriale. La sfida degli immigrati è doppia e talvolta paradossale : integrare i valori della società d'accoglienza per guidare il bambino in questa società e trasmettergli i valori tradizionali del suo Paese d'origine.

Lo studio antropologico condotto da Rabain e Wornham (1) nel 1990 contribuì a far comprendere come le madri immigrate venute dall'Africa occidentale s'approprino delle pratiche di puericultura proposte nel nostro Paese. Gli autori constatano, per esempio, che le conoscenze riguardo all'impiego del biberon erano acquisite grazie all'insegnamento offerto nei reparti di maternità o nei PMI (Protection maternelle et infantile). Mi ricordo inoltre di una donna soninké che, in consultazione, spiegava di aver optato per il biberon poiché lo considerava come uno dei mezzi efficaci utilizzati dai francesi per limitare la mortalità infantile e come un modo di facilitare le relazioni tra gli interlocutori della PMI. Le permetteva, infatti, meglio che il seno, di rendersi conto precisamente dell'alimentazione del bambino. Il biberon partecipava alla sua acculturazione, e rispondeva al suo desiderio di integrare la società francese. Al contrario, il personale curante considerava questa scelta come negativa poiché, essendo il bambino sottopeso, l'allattamento era preferibile. Non sono dunque stati in grado di sostenere la funzione genitoriale, che è l'obiettivo primario quando ci si occupa di immigrati. In questo caso in effetti, il personale curante non aveva saputo rinforzare la posizione materna aiutando la madre a fare il legame tra le sua eredità culturale e le pratiche francesi attuali valorizzanti l'allattamento. Più ella dubitava delle sue capacità di essere madre in situazione migratoria, più voleva utilizzare il biberon.

Il fatto di essere immigrati ha delle ripercussioni sulla strutturazione cognitivo-intelletuale e affettiva del bambino ?

Il fattore culturale e sociale esiste ma non è a priori in prima linea, poiché un figlio di immigrati é prima di tutto un bambino con un percorso personale e familiare, e si inserisce in una genealogia che non è cominciata con l'arrivo in Francia.

Nel 1998 (4), abbiamo dimostrato, comparando un campione di figli di immigrati a una popolazione di bambini autoctoni (i genitori erano tutti dello stesso livello socio-economico), che i primi presentavano più disturbi psicopatologici, più difficoltà intellettuali e cognitive, e più difficoltà scolari rispetto agli autoctoni. Esiste un legame tra la "vulnerabilità psicologica" ed il fatto di essere "figlio di immigrati". Questa vulnerabilità si esprime attraverso "una minima resistenza ai fattori distruttivi e alle aggressioni"(5)

La vulnerabilità si manifesta principalmente in tre momenti della vita : nella fase post-natale quando il bébé e sua mamma devono adattarsi l'uno all'altra ; durante le grandi tappe dell'apprendimento scolastico quali il calcolo, la lettura e la scrittura (6/8 anni), quando si richiede al bambino di inserirsi nella logica della società di accoglienza e di allontanarsi dall'universo genitoriale ; infine, nel momento dell'adolescnza, allorché si ripresenta la domanda di filiazione e delle appartenenze. Il bambino più vulnerabile é sovente il primo nato in Francia.

Il fatto di nascere in Francia modifica la natura delle interazioni precoci madre-bambino ?

Durante le interazioni precoci madre-bambino, la trasmissione della cultura d'origine si costruisce attraverso la lingua madre ma anche attraverso le cure materne. Se, in Francia, le interazioni madre-bambino sono piuttosto distali, cioè essenzialmente visuali e verbali senza contatto corporeo diretto, in altri luoghi, esse sono piuttosto prossimali, tattili, cinestesiche e motorie. L'influenza di queste prime interazioni è considerevole nella misura in cui l'individuo conserva l'impronta di queste esperienze sensoriali, ed il suo sviluppo e la sua socializzazione ne sono intaccati, come lo mostra Stork (2). Massaggiati, portati, cullati tra le braccia, i bambini africani, per esempio, si sviluppano spesso molto più in fretta sul piano motorio, fino al periodo dello svezzamento, e non è raro che camminino dall'età di 8-9 mesi.

Durante il periodo perinatale, la natura e la qualità delle interazioni primarie possono essere modificate dal fatto che la stima di sé delle donne in situazione transculturale è alterata. Allontanate dai loro referenti abituli (famiglia, amici…), in un Paese dove tutte o parte delle regole di condotta sono loro estranee, esse attraversano periodi di dubbio e di inquietudine, riguardo ai comportamenti da adottare per crescere i loro bambini e proteggerli. Sono indebolite. Il bambino, quanto a lui, percepisce precocemente la differenza tra "il mondo di sua madre" e quello che inquieta la madre. Tali meccanismi di scissione e di conflitto sono dei fattori di vulnerabilità per entrambe parti. Talvolta il bambino sarà preso da questo iato, immobile, in una posizione che riflette l'incertezza materna, e talvolta utilizzerà questa posizione come risorsa di ricchezza e di creatività, malgrado il fatto che sia poco aiutato da "tutors di resilience" (Cyrulnik) (3).

Come si esprime la vulnerabilità dei bambini ? Esistono patologie psichiche proprie degli immigrati ?

Non esiste una specificità nella natura della sofferenza psichica del bambino ma, secondo l'età, l'espressione della vulnerabilità puo' variare.

La vulnerabilità dei piccoli si esprime attraverso il fatto che inquietano i loro genitori sul piano del loro sviluppo psicomotorio, che hanno tendenza a sviluppare disturbi funzionali con espressione somatica (sonno, appetito, dolore) e che possono presentare delle manifestazioni depressive.

Talvolta, i processi di scissione e la vulnerabilità iniziano durante la fase dei primi grandi apprendimenti scolastici, quando i bambini escono dalla sfera protettiva del mondo materno per impegnarsi nella lettura e nella scrittura nel mondo esterno. Tale passaggio, che partecipa alla riuscita del progetto di integrazione, è talvolta vissuto in modo ambivalente dai genitori : da un lato, essi desiderano che il bambino assimili le competenze proposte, dall'altro, essi temono la rottura con la loro propria cultura. Certi bambini convalidano il progetto di integrazione dei genitori al prezzo talvolta di una grande tensione, che si esprime attraverso inibizioni massicce ; altri sospendono il loro coinvolgimento nel mondo esterno. Nascondono così il loro potenziale creativo sotto la maschera dell'inibizione, del mutismo extra-familiare, o ancora, sviluppando dei comportamenti aggressivi.

Tali difficoltà psichiche sono generalmente reattivate nell'adolescenza ; se non sono state risolte, esse si manifestano, per esempio, attraverso un'inadattazione sociale che può condurre i ragazzi ad avere dei problemi con la giustizia o attraverso tentativi di suicidio da parte delle ragazze. Il problema della scelta del partner traduce un momento di coinvolgimento quasi definitivo dell'adolescente nella società di accoglienza. Si pone allora il problema dei legami che lo uniscono alla famiglia e dell'appartenenza culturale dei figli futuri. È un momento di particolare fragilità per l'adolescente ed i suoi genitori. Non è raro vedere dei padri, che per diversi anni hanno assunto perfettamente il ruolo di colonna portante della famiglia, cadere sotto forme di nevrosi traumatiche o depressioni gravi. Le scelte sentimentali e la partenza dei loro figli riattivano le problematiche di filiazione e affiliazione e rivelano talvolta dei disturbi dell'identità fino ad allora nascosti.

Qualche volta, si assiste, nel periodo adolescenziale, ad una sorta di inversione di scala generazionale. Frustrati dal non aver visto i loro genitori "riconosciuti" dalla società di accoglienza, i figli non assecondano il desiderio di acculturazione dei loro padri. Tentano, al contrario, di recuperare l'onore familiare opponendosi vigorosamente alla società in cui sono cresciuti oppure aderendo eccessivamente ad una religione o ad una tradizione rappresentativa per loro, della cultura d'origine.

Esistono dei criteri di vulnerabilità, la cui trattazione possa permettere di reperire più facilmente i bambini a rischio ?

Lebovici (6) nell'80 ha iniziato nei PMI della Seine Saint-Denis (a nord di Parigi) uno studio longitudinale su un campione di bambini ad alto rischio psicosociale. Le predizioni erano buone per i bambini del gruppo di controllo costituito da autoctoni, ma falsate per gli immigrati, il che è spiegabile tramite il non-riconoscimento o la non-considerazione di fattori culturali. I criteri di valutazione comportavano degli errori nella valutazione delle interazioni precoci madre-bambino. Facendo ricadere la valutazione di tali relazioni sulle interazioni visuali, per esempio, si concludeva, a torto, che erano disarmoniche tra gli africani allorchè, come l'abbiamo visto, tali interazioni passano per altri canali sensoriali.

Oggi sono disponibili dei metodi di lettura che prendono in conto i dati culturali, antropologici e linguistici nella valutazione della vulnerabiltà del bambino tra 0 e 3 anni. Sono particolarmente utili quando i segni clinici descritti o osservati non sono spontaneamente decodificabili. Sono purtroppo troppo poche utilizzate.

Penso per esempio a quella donna bambara del Sénégal che è venuta in visita poiché era molto inquieta a proposito dell'ultimo nato, di 18 mesi, che spesso scivola fuori dal pagne e non si adatta al suo corpo. Essendosi verificata una frattura durante l'una di queste cadute, i medici curanti avevano evocato l'idea di maltrattamento. La madre, quanto a lei, parlava di autismo, ma il suo giudizio ed i suoi timori non erano stati ascoltati dai curanti. La presa in carico del bambino nel nostro servizio convaliderà l'esistenza di problemi della comunicazione intuitivamente percepiti dalla madre, esprimendosi questi soprattutto attraverso il tono.

Quale puo' essere la traduzione sul piano scolastico delle difficoltà specifiche provate dai figli di immigrati ?

Sono frequenti i casi di mutismo extra-familiare che illustrano il processo di scissione vissuto dai bambini. Non cedono che a partire dal momento in cui si riesce a creare un legame tra il mondo "al di fuori" e quello "al di dentro", il quale valorizza il contesto d'origine.

Mamadou, 5 anni, per esempio, era descritto dai suo genitori bambara, come gioioso a casa e, dall'insegnante, come muto, inibito, in disparte e aggressivo a scuola. Le sedute di terapia transculturale hanno permesso di capire che il bambino era bloccato tra due logiche di sapere : una, in rapporto al sapere occidentale valorizzante la partecipazione orale dei bambini all'apprendimento e una, in rapporto al sapere tradizionale valorizzante l'osservazione e le domande indirette. "Da noi, un bambino che pone delle domande è un bambino idiota, che non sa trovare delle risposte in un altro modo", spiega il padre.
Le contraddizioni alle quali il bambino è confrontato furono tanto più difficili da superare, quanto il padre era in una posizione ambigua, immaginava di ritornare al paese e vedere il figlio capace di vivere tra i bambara e, nello stesso tempo, vedere lo stesso figlio "riuscire" in Francia. L'obiettivo terapeutico consitette nell'aiutare Mamadou a costruire l'identificazione con suo padre e a inscriversi nella società francese senza rinunciare al suo universo d'origine. Cammin facendo nel percorso psicoterapeutico, il suo apprendimento scolastico migliorava.

Selma, bambina turca di 7 anni, anche lei "muta" in classe e volubile in casa, dove lei raccontava in dettaglio la vita scolastica. Quando, all'occasione di una consultazione, le domandai di disegnare cio' a cui pensava quando era in classe, la bambina disegno' sua madre con il velo, e dichiaro' di aver paura che la madre sparisse o ripartisse in Turchia. Nei fatti, la madre non era velata ma molto nostalgica del suo Paese di origine. Selma era coivolta nella stessa logica della madre, la separazione dall'universo familiare era difficoltoso (piangeva il mattino andando a scuola) e il legame tra i due mondi era complicato a costruirsi. Il mutismo miglioro' allorché la madre considero' la separazione dalla famiglia come portatrice di nuove cose, piuttosto che di rotture, e allorché la madre s'inscrisse ad un corso di francese, passo significativo e testimone del desiderio d'investire nel paese di accoglienza. Le condizioni di identificazione erano allora modificate.

I figli di immigrati che riescono bene sul piano scolastico hanno delle capacità particolari ?

Abbiamo condotto nel 1998 uno studio che mirava a delucidare le condizioni di successo scolastico degli immigrati comparandoli ad un gruppo di controllo. Tale ricerca faceva apparire alcuni bambini come superdotati nel legame. Penso, per esempio, ad Aminata, una brillante allieva di 8 anni, di origine soninké del Mali. Abbiamo posto a tutti i bambini le stesse domande, tra cui : a chi serve imparare a leggere e scrivere ? Aminata rispose che voleva saper contare per comprare dei regali e portarli nel suo Paese, e che desiderava saper leggere per occuparsi delle carte dei suoi genitori ; l'apprendimento extra-familiare era considerato come un mezzo per nutrire il proprio universo personale. Alla fine del colloquio, si pensava di proporre al bambino di fare una domanda all'intervistatore. Aminata mi chiese se facevo il lavoro dell'antropologa e preciso' che lei "avrebbe voluto fare quel lavoro per raccogliere la parola dei vecchi africani e spiegarla ai francesi". Il passaggio del sapere da una cultura ad un'altra era inverso ma fantasmaticamente conservato.

Conclusasi la nostra ricerca, abbiamo osservato che i bambini che riuscivano bene o abbastanza bene a scuola, erano quelli che avevano stabilito dei legami tra "il dentro e il fuori", che avevano una buona stima di loro stessi, e che erano bilingue. Nel percorso di questi bambini, esisteva spesso un adulto (psicologo, medico, insegnante…) il quale ha avuto il ruolo di "iniziare" al mondo extra-familiare. Una delle caratterisitche di queste "guide" era di aver saputo esprimere delle parole benevolenti verso l'universo genitoriale.

Quali consigli dare ai bambini che hanno difficoltà con la lingua francese ?

Il bilinguismo non è un ostacolo allo sviluppo del bambino. Esso stimola le capacità del metaragionamento e acutizza le capacità di adattamento al passaggio da un sistema di pensiero all'altro. Si sa d'altronde che la competenza di una prima lingua rinforza la stima di sé ed é garante di un miglior apprendimento della seconda lingua.

Questi dati semplici non sono purtroppo presi in considerazione nel sistema di cure francesi. Di fronte ad un figlio di immigrati che rappresenta disturbi del linguaggio, si vedono spesso i medici consigliare ai genitori di "parlare francese a casa", allorché la logica vorrebbe che le basi linguistiche iniziali del bambino siano rinforzate e che si consideri la dimensione affettiva del suo rapporto alla lingua madre.

Il bilinguismo è una ricchezza e deve essere valorizzata, da qualsiasi punto di vista la si consideri e per tutte le lingue. L'apprendimento dell'arabo, del cabilo, del lingala, del soninké, del turco o del bambara non ha meno valore che quello dell'inglese.

Quando si puo' ricorrere alla terapia transculturale ?

La terapia transulturale, chiamata ancora etnopsicanalisi in Francia, è indicata in prima intenzione quando le difficoltà segnalate sono subito riconducibili "alle cose del Paese" (per esempio, un mutismo spiegato dal fatto che "qualche cosa" impedisce al bambino di parlare) o più spesso, in seconda o terza intenzione, quando le cure mediche o psicologiche precedenti hanno fallito o la famiglia rifiuta di continuare a farsi curare perchè non ha più fiducia nel trattamento.

Le consultazioni di questo tipo sono poco numerose, una dozzina in Francia, quella di Avicenne è la sola ad aver luogo in un CHU (Centro ospedaliero universitario). Essa si svilupa in presenza di un gruppo abbastanza grande comprendente, oltre al bambino e alla sua famiglia più o meno allargata, un traduttore e un'équipe di una dozzina di psichiattri e di psicologi provenienti da tutto il mondo. Il numero non è un handicap nella misura in cui, nelle società tradizionali, la malattia è curata collettivamente. L'alterità culturale è qui al servizio della comprensione e della cura.

I traduttori sono parte integrante del dispositivo terapeutico, agiscono rendendo visibile, attraverso la loro capacità di passare da una lingua all'altra, le possibilità di spostamento da un universo all'altro. Il loro intervento puo' essere necessario anche se i pazienti si esprimono correttamente in francese poiché sono là, per permettere al paziente di esprimersi nella sua lingua madre, ma soprattutto per autorizzarlo "all'andata e ritorno", per figurare il passaggio tra i due mondi, per figurare il processo. La loro presenza à tanto importante quanto i soggetti gli argomenti trattati sono complessi e di ordine affettivo.

Il personale curante che ci ha indirizzato il bambino è invitato alla consultazione, almeno la prima volta, in quanto portatore di "un pezzo di storia familiare". Recentemente, un pediatra mi ha indirizzato un bambino congolese, che doveva fare tre dialisi la settimana, i cui genitori volevano interrompere il trattamento, contro le indicazioni mediche, su pretesto che il bambino doveva essere riportato al Paese. Si apprese durante la seduta che il bambino aveva le stesso nome di suo nonno, il quale, sul punto di morte, voleva trasmettere al suo omonimo la forza di sopravvivere in attesa del trapianto. L'attitudine negligente inizialmente attribuita ai genitori apparve allora, all'alba di quella rivelazione, come totalmente protettrice. La discussione sulle modalità di trasmissione del messaggio dall'anziano a suo nipote condussero il padre a decidere di "andare lui stesso a cercare le parole dalla bocca del nonno" per poi trasmetterle al figlio.

Le sedute collettive durano circa 2 ore e hanno luogo ogni 2 mesi. Il racconto della storia e il sogno detengono un posto importante in quanto permettono di accostarsi ai problemi dell'inconscio. La terapia nel gruppo non supera generalmente l'anno, con una seduta ogni uno o due mesi. Le sedute possono dar seguito a terapie più lunghe o individuali.

Dr Nathalie Mercier

REFERENZE BIBLIOGRAFICHE

(1) Rabain-Jamin J, Wornham W. Transformation des conduites de maternage et des pratiques de soin chez les femmes migrantes originaires d’Afrique de l’Ouest. Psychiatrie de l’enfant 1990  ; 33(1) : 287-319.

(2) Stork H. Enfances Indiennes, étude de psychologie transculturelle et comparée du jeune enfant. Paris : Paidos-Le centurion  ; 1986. p. 14.

(3) Cyrulnik B. Un merveilleux malheur. Paris : Odile Jacob  ; 1999.

(4) Moro MR. (1998) Psychothérapie transculturelle des enfants et des adolescents. Paris : Dunod  ; 2000.

(5) Tomkiewicz S, Manciaux M. La vulnérabilité. In : Manciaux M. et al. L’enfant et sa santé. Aspects épidémiologiques, biologiques, psychologiques et sociaux. Paris : Doin  ; 1987. p. 737-42.

(6) Lamour M, Job-Spira N, Noel C, Rosenfeld J. Recherche-action portant sur l’introduction de nouvelles actions préventives chez les nourrissons et leurs familles à haut risque psycho-social. U.F.R. de médecine de Bobigny : Cahiers de Bobigny ; 1986-1987. p. 38, p.28-48.

(7) Moro MR. (1994) Parents en exil, psychopathologie et migrations. Paris : P.U.F.  ; 2000.

Per saperne di più :

· Marie Rose Moro è diventata psichiatra, per bambini e adolescenti, e psicanalista in seguito a studi di filosofia e medicina. È autrice di una dozzina di libri, tra i quali due sono tradotti in italiano.
Un ultimo libro apparirà presto : "Enfants d'ici venus d'ailleurs ". Paris : La Découverte ; 2002 (publicato nel 2004 versione tascabile da Hachette).

· Marie Rose Moro co-dirige l'équipe di ricerca "Psychogenèse et psychopathologie" all'Università Paris 13.

· Inoltre, è direttrice scientifica della rivista transculturale "L'autre", sottotitolato "Cliniques, Cultures et Sociétés", edito da Pensée sauvage (Grenoble). La rivista a dedicato i suoi dossiers a temi quali "Nourritures d'enfance", "La vie comme récit", "L'ennemi", "Désirs d'enfant", "Psychiatrie coloniale"… Dispone di un sito in corso di aggiornamento : http ://monsite.wanadoo.fr/l.autre/

· Per farsi un'idea delle pratiche di psicoterapia transculturale, si consiglia il film di Laurence Petit-Jouvet, "J'ai rêvé d'une grande étendue d'eau", dedicato alle consultazioni di Marie Rose Moro. 2002, 54 min. E possibile noleggiare il film presso Abacaris Film, Tél. : 01 48 05 19 19, E-mail de Arnaud de Mezamat : abacaris@club-internet.fr

· La formazione : D.U. (Diploma Universitario) de Psychiatrie Transculturelle, consultare il sito web : www.clinique-transculturelle.org

Bibliografia in italiano :

Moro MR. Bambini immigrati in cerca di aiuto. I consultori di psicoterapia transculturale. Torino : Utet Libreria ; 2001 (Italia).

Moro MR. Genitori in esilio. Picopatologia e migrazioni. Milano :Raffaello Cortina Editore ;2002 (Italia).

 

(1) Colloquio con la Professoressa Marie Rose Moro, psichiatra per bambini adoloscenti, responsabile della consultazione transculturale dell'Ospedale Avicenne di Bobigny.