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Pour citer cet article :
Lacoste-Dujardin C. La filiazione attraverso il latte nel Maghreb. Bobigny : Association Internationale d'EthnoPsychanalyse ; 2005. Available from : http ://www.clinique-transculturelle.org/AIEPtextesenligne_lacoste_
dujardin_crinali.htm
Articolo pubblicato in francese con il titolo La filiation par le lait au Maghreb, di Camille Lacoste-Dujardin, rivista L'autre, Cliniques, Cultures et Sociétés ; 1(1) : 69-76, tradotto in italiano da Zoe Stokart, pubblicato sul sito con l'accordo dell'autrice e dell'editore.
La filiazione attraverso il latte nel Maghreb
Camille LACOSTE-DUJARDIN
Nelle società di tipo patriarcale e patrilineare, le donne sono escluse dall'appartenenza genealogica alla grande famiglia maschile, nella quale conta solamente la componente maschile. L'unica ragione di essere delle donne è la loro fecondità che permette di fare crescere la comunità familiare dando la luce a degli uomini che garantiscono potere (economico, militare e politico). La funzione femminile primordiale è dunque la maternità. Molte delle società mediterranee hanno condiviso nel passato le stesse rappresentazioni legate a questo sistema patriarcale, rappresentazioni che stabilivano un'analogia tra fecondità femminile e fertilità della terra, come modello di processo cumulativo al fondamento d'ogni crescita, d'ogni sviluppo, che potremmo sintetizzare con l'immagine “granai pieni e ventri pieni garantiscono la vita".
Così è stato nella concezione della Grecia omerica secondo la quale “attraverso la cerimonia del matrimonio, la donna si vede identificata con un campo sul quale il lavoro della terra e la semina sono fatti dallo sposo, procreando figli legittimi” (Detienne, 1981). Così è stato nella cristianità perché Sant'Agostino ha notato : “Questo ruolo della donna è paragonato a quello della terra che riceve la semina, è dunque un aiuto passivo”, aggiungendo di “non potere trovare un'altra ragione d'esistenza per la donna” (Ladrière, 1983). La stessa immagine si trova nell'Islam dove, nell'Arabia del settimo secolo, il profeta Maometto l'ha fissata nel Corano (sura II, La giovenca, versetto 223) : “Le vostre spose per voi sono come un campo. Venite pure al vostro campo come volete, ma predisponetevi.”
Però, se nelle società del Nord del Mediterraneo, sotto la pressione di numerosi cambiamenti e da tanto tempo, la fecondità femminile non ha più questo ruolo fondamentale, nel Maghreb invece il ruolo materno rimane a tutt'oggi, per le donne, di prima importanza in quanto tutte le istituzioni ed i sistemi di valore lo prescrivono. In effetti, se, in primo luogo, questo ruolo materno è fortemente sacralizzato dalla religione stessa, ha anche forza di legge nei diritti degli Stati (nei codici di statuto personale dell'Algeria e del Marocco) ed in fine, domina ancora tutte le rappresentazioni della società, e tutti i comportamenti, oggi soprattutto degli uomini più che delle donne, che s'impegnano sempre più numerose per ottenere la loro emancipazione. Nelle società maghrebine, la madre sembra ancora l'unica immagine femminile possibile. E se il codice d'onore impone una riservatezza estrema (hachouma) nelle relazioni interpersonali, soprattutto fra i sessi, fa eccezione per la relazione madre-figlio, l'unica relazione autorizzata ad essere espressa. La procreazione è ancora considerata come l'unica vocazione femminile fino al punto che una donna sterile si ritrova quasi senza esistenza sociale, mentre una donna che ha messo al mondo un figlio, nell'anno, porta, in Kabilia per esempio, un gioiello particolare, decorazione che segna la sua integrazione nella società. La madre che ha tanti figli maschi ha un prestigio incontestabile, all'apice della gerarchia femminile.
Ma questo primo approccio merita di essere approfondito. L'esame delle rappresentazioni patriarcali dei rapporti fra uomini e donne rivela che, per una tale società, il ruolo della genitrice, anche se indispensabile, è passivo. Le donne, come la terra, sono solo un contenitore del seme maschile che, come i semi dati alla terra, cresce in un ambiente favorevole alla sua maturazione, ma senza che quest'ambiente abbia qualche attività o influenza, senza che la gestazione sia portatrice di qualsiasi elemento, visto che lo sviluppo del feto è imputabile a Dio esclusivamente. La gestazione non è dunque sufficiente per qualificare la maternità. La maternità è resa evidente dall'attività biologica che segue la nascita del bambino : l'allattamento del bambino da parte della madre, è l'attività di nutrice che rende l'atto materno essenziale trasmettitore di ricchezza biologica, dell'ordine della natura. D'altronde è la stessa religione musulmana che prescrive l'allattamento. In effetti, il versetto 233 della sura II del Corano intitolato La giovenca dice : “Per coloro che vogliono completare l'allattamento, le madri allatteranno per due anni completi “ e il libro santo aggiunge a questa regola un ricorso all'autorità paternale : “E se, dopo che si siano consultati, entrambi genitori sono d'accordo per svezzarlo, non ci sarà colpa alcuna. E se volete dare i vostri figli a balia, non ci sarà nessun peccato, a condizione che versiate realmente il salario pattuito, secondo la buona consuetudine”. Riguardo alle donne in attesa di essere ripudiate, nella sura LXV, versetto 6, il Corano prescrive : “Se allatteranno un bambino nato da voi, date loro un compenso e accordatevi tra voi convenientemente. Se andrete incontro a difficoltà, sia un'altra ad allattare il bambino”.
Nemmeno i diritti degli Stati tralasciano l'argomento. Nel codice civile algerino, l'allattamento figura al terzo posto dei doveri della donna sposata dopo : (1) la preservazione della propria persona e della propria virtù, (2) l'ubbidienza al proprio marito, ma prima di : (4) la cura portata al buon funzionamento della casa e (5) l'onore dovuto ai genitori e ai vicini del marito. Inoltre, in caso di divorzio, il bambino, che appartiene alla famiglia paterna e deve raggiungerla al più presto possibile, è, di solito, lasciato alla madre almeno il tempo dell'allattamento.
Infine, numerose sono le rappresentazioni dell'importanza data all'allattamento, da cui si capisce che nutrire il proprio figlio col proprio latte costituisce l'atto necessario e sufficiente alla maternità. Tante espressioni culturali maghrebine fanno pensare ciò. Darò esempi di quelle che conosco meglio, cioè quelle della regione di lingua berbera di Kabilia, da dove proviene una gran parte dell'immigrazione algerina in Francia.
In effetti, nei racconti favolosi di Kabilia, figura un personaggio particolarmente interessante : l'orchessa ( teryel ). Nella letteratura berbera, al contrario dei racconti del Nord del Mediterraneo, l'adulto spaventoso non è un uomo, un orco, ma è una donna, un'orchessa, intorno alla quale gli orchi svolgono il ruolo di pallide comparse. E' questa donna selvaggia e divoratrice, antitesi della donna civilizzata, che l'eroe deve vincere dopo molte peripezie. Ma quest'orchessa è comunque una donna e della donna ha tenuto gli attributi essenziali, perché ha delle lunghe mammelle che porta incrociate davanti e buttate dietro sulla sua schiena. In realtà, i suoi seni sono la sua unica debolezza perché, grazie a loro, l'eroe che affronta l'orchessa dispone di un mezzo per rendersi invulnerabile : l'eroe si avvicina a lei da dietro mentre lei sta seduta per terra, per esempio, macinando il grano, succhia di sorpresa il seno destro (buttato sulla sua spalla sinistra). Questo atto mette l'orchessa nell'impossibilità di divorare l'eroe “divenuto come suo figlio” attraverso il latte che ha succhiato. Dunque, in queste rappresentazioni culturali, compreso quelle del mondo selvaggio - ma naturale-, il latte (anche prodotto da un anti-donna), stabilisce un legame molto forte, fino al punto di essere assimilato ad un legame di parentela, un legame di filiazione.
Questa parentela attraverso il latte esiste anche nella vita reale e civilizzata visto che il diritto di Stato attuale (in Algeria e nel Marocco), come gli antiche diritti consuetudinari, come la legge religiosa espressa nel Corano, vietano il matrimonio tra fratelli e sorelle di latte perché considerato come incestuoso. L'atto di nutrire attraverso il latte è tanto importante che si ritiene che il co-allattamento crei un legame biologico equivalente ad un legame di parentela, materno, che permette alle donne di disporre di un potere più forte dell'adozione, peraltro vietata dall'Islam perché trasgredisce le regole della rigorosa ed esclusiva filiazione patrilineare.
Se è apparso, dunque, possibile negare un qualche ruolo attivo femminile durante la gravidanza, dove non si vede nessun elemento trasmesso da madre a figlio, non si può dire lo stesso per l'allattamento dove la secrezione di latte e l'assunzione del latte da parte del bambino è visibile, evidente.
Possiamo dedurre che solo l'allattamento è considerato atto a creare un legame biologico fra la madre ed il bambino, tanto indiscutibile che la società deve recepirlo : il latte materno stabilisce una sorta di filiazione dell'ordine della natura, materna, a lato della filiazione sociale rigorosamente maschile e che esclude le donne.
Questa superiorità della funzione nutritiva sulla funzione genitrice si esprime anche nella letteratura orale della regione Kabilia, ricca in rappresentazioni, in un racconto molto interessante su questo tema (Lacoste-Dujardin, 1999). L'eroe è un giovane ragazzo, nipote di un sultano, figlio della figlia del sultano, in quanto il sultano non ha avuto figli maschi – e questo è un dramma per cui si spegne una linea nel sistema patrilineare. Questo ragazzo è tanto intelligente, possiede un tal dono di perspicacia che è stato chiamato l'Acuto. Accolto dal nonno materno, dimostra la sua sagacità trovando i difetti dei bellissimi animali offerti al sultano anche se questi sembrano perfetti. Così, nota, di un giovane levriero, che sembrava un regalo prezioso, che “certo il padre era un levriero, ed una levriera l'ha messo al mondo, ma sua madre è un cane”. E si scopre in effetti che la genitrice è morta dandogli la luce e che è stato allatto da una semplice cagna. Lo stesso per uno puledro splendido di cui “certo il padre era un cavallo ed è nato da una cavalla ma questa è morta mettendolo al mondo e sua madre è l'asina che l'ha allattato”. Nei due casi di animali, sono rivelati i difetti trasmessi attraverso il latte della nutrice, segnalata esplicitamente come vera madre. Nel seguito del racconto, si mette in luce che il giovane eroe, l'Acuto, ha ricevuto da sua madre, figlia del sultano, non i difetti, ma le qualità, sicuramente provenienti dal nonno materno, e queste qualità gli conferiscono l'attitudine al potere che il sultano decide di dargli, dopo aver provato la sua perspicacia. In questo caso, un uomo di autorità fa uno strappo alla regola della trasmissione patrilineare perché riconosce, pur essendo le donne teoricamente escluse dalla “filiazione sociale” in termini dinastici, una trasmissione biologica dalle donne grazie al loro latte. In ogni caso, la madre è indicata, non come quella che ha dato la luce, ma come quella che ha nutrito il bambino col proprio latte.
Questa deroga alla patrilinearità nel caso in cui manchino figli maschi è molto importante nell'Islam perché è proprio da una filiazione materna che è nata la forma particolare dell'Islam che è lo Sciismo. In effetti, il Profeta Maometto stesso, senza figli maschi, è stato il padre di una figlia : Fatima. Tutti i musulmani sciiti, numerosi oggi nell'attuale Iran soprattutto, come prima sotto la dinastia dei Fatimidi che hanno dominato nel territorio che va dal Cairo fino a Tunisi tra il X ed il XII secolo, rivendicano le proprie origini da Fatima e da suo marito Ali, genero e nipote del Profeta, mentre i Sunniti riconoscono solo i califfi successori del Profeta che hanno governato, dopo di lui, la comunità musulmana d'Arabia.
Bisogna precisare che nella cultura kabila, questi caratteri ereditari sono trasmessi, non attraverso la gestazione ma attraverso il latte. Un proverbio kabile descrive i rapporti madre-figlio così : “Nove mesi nel suo ventre, pesando come una pietra, privandola della sua forza. Un anno intorno a lei, succhiando l'intimo del suo corpo. Due anni fra le sue braccia, imprigionando il suo corpo fino a strangolarlo”. Questa rappresentazione mette l'accento sull'intimità, la forza, la durata del rapporto corpo a corpo madre-figlio, ma solo il latte figura come l'elemento che è trasmesso dalla madre al bambino, come l'intimo biologico della madre.
Potrebbe anche capitare, s'immaginano nella cultura kabila, che il latte materno possa essere trasmesso al di la della morte. E' ciò che si narra in un racconto molto popolare che mostra due orfani nutriti sulla tomba della loro mamma grazie a due canne che escono dalla tomba, da cui escono miele e latte. Sempre nella mitologia, il latte può essere anche l'oggetto di una ricerca importante perché è un rimedio magico, così ad esempio è il “latte di leonessa contenuto nella pelle di un cucciolo di leone, cucito con i baffi di suo padre” che l'eroe deve cercare, per guarire suo suocero il sultano. Le virtù del latte come cibo essenziale alla vita sono immense, perché può anche resuscitare i morti : si parla nei racconti di una donna seppellita viva per sbaglio, o di un eroe ucciso dalla sua stessa madre, ma resuscitato dal latte di una donna compassionevole che l'ha raccolto.
Il latte di mucca era, anche, la bevanda più comune in Kabilia. Peraltro il latte di mucca o di capra aveva un ruolo importante nell'esecuzione dei riti, sia durante la cena all'inizio del lavoro dei campi, o nelle feste di primavera dove il latte segnava il ciclo della fecondità. Aveva anche un ruolo nelle cerimonie di matrimonio con lo stesso senso propiziatorio. Era peraltro oggetto di riti per preservare l'abbondanza della produzione di latte nelle mandrie ed evitare che il bestiame si asciughi e il latte venga trasferito magicamente ad opera delle streghe. Le uniche donne capaci di resistere alle streghe erano le levatrici tradizionali, esperte nella cura dei neonati.
A tutte queste virtù nutritive, il latte aggiunge ancora la sua qualità di bianchezza in accordo con la fecondità : il bianco - che è anche la stessa parola che indica l'uovo - è segno di prosperità e di fecondità nelle rappresentazioni della Kabilia, così come la bianchezza della pelle di una giovane ragazza è molto apprezzata come buon presagio. L'immaginario della Kabilia ha creato l'immagine drammatica, prototipo di presagi negativi, del latte nero. Il latte nero è prodotto dagli animali femminili del mondo sotterraneo, come le capre e le mucche di una vecchia donna confinata in quest'altro mondo, esattamente all'opposto di qui. Potrebbe addirittura capitare che il latte non ci sia più, per sempre, ma una tale catastrofe si trova solo nei racconti escatologici tra i segni annunciatori dell'Apocalisse.
Questi pericoli che minacciano il latte sono la misura del suo carattere assolutamente indispensabile e prezioso nella relazione madre-bambino. Nei primi mesi di vita, l'allattamento stabilisce una relazione simbiotica molto forte tra madre e bambino. L'abitudine della madre di portare il proprio bambino in quasi tutte le sue occupazioni – di solito sulla schiena grazie ad un pezzo di tela annodato sul davanti – mette il bambino a portata del seno materno, a sua costante disposizione, senza alcuna restrizione. Così è assicurata la soddisfazione quasi immediata del bambino in un allattamento spesso lungo, fino alla prossima gravidanza, cioè due anni in media ma a volte tre o quattro anni. In questo corpo a corpo stretto e prolungato, madre e bambino sono felici ; la madre soprattutto quando il bambino è maschio, innanzitutto perché le dà l'assicurazione della stabilità nella grande famiglia patrilineare comunitaria che l'ha accettata con quell'obiettivo, poi perché le permette un investimento affettivo massimale. Per quanto riguarda il bambino, è felice perché tutte le frustrazioni gli sono evitate. Questo primo legame alla madre rimane per il giovane ragazzo il modello di tutte le relazioni possibili con una donna. Questo avrà conseguenze pesanti per gli uomini che rimangono, per tutta la vita, “figli prima di tutto”. Si è constatato anche un allattamento più breve per le bambine, i cui bisogni sono considerati meno importanti rispetto a quelli dei maschi.
Non è sorprendente, viste le condizioni di simbiosi madre-bambino durante i primi anni di vita, che sia stata osservata una bassa frequenza di psicosi infantili nel Maghreb. E' anche vero che la grande famiglia comunitaria permette di porre rimedio ad eventuali carenze, perché altre nutrici possono assumere l'allattamento in una presa in carico multimaterna, visto il numero spesso alto di giovani madri in casa ( e l'importanza della mortalità infantile nel primo anno di vita). Ogni tanto dunque il neonato è allattato da più donne, mogli dei fratelli all'interno della famiglia, che si sostituiscono in questa funzione. Tutte le donne degli uomini della famiglia non hanno forse il compito di nutrire i bambini di questa stessa comunità familiare ? Così ho visto una nonna fare finta di dare da succhiare il proprio seno –vuoto di latte- al nipotino in un gesto simbolico destinato ad indicare l'integrazione del bambino nella famiglia e la presa in carico del suo cibo da parte delle donne che lei dirigeva.
Questa presa in carico collettiva permetteva così di rimediare ad alcune delle deficienze consecutive alle numerose carenze di cui soffrono tante donne molto mal nutrite. Gli eccessi di fecondità, le gravidanze precoci e vicine, sono spesso alla base di una stanchezza fisiologica della madre che ha per conseguenza l'impoverimento della qualità del latte che la madre può offrire al proprio figlio. In più, gli svezzamenti sono spesso mal condotti : sia troppo tardivi e causa di squilibri nutrizionali, sia troppo precoci in caso di nuova gravidanza (Boucebci, 1982). A meno che possano essere ancora, come una volta, rimediati attraverso questa presa in carico multimaterna, che manca spesso nelle città moderne. In queste condizioni di vita urbana, il biberon e l'allattamento col latte di mucca possono essere dei palliativi, ma sono spesso pericolosi perché le condizioni d'igiene sono insufficienti.
Oggi, la grande multiparità è ancora troppo spesso causa di carenza di cure da parte delle madri spossate che, in città per esempio, non hanno più l'aiuto delle altre donne della famiglia comunitaria. Tanti drammi sono stati provocati da una fecondità eccessiva. Dunque si sono sviluppate delle politiche di scaglionamento delle nascite, prima in Tunisia, poi attualmente in Algeria e, in misura minore, in Marocco - dove la mortalità infantile è ancora alta. Le donne immigrate conoscono, anche loro, la mancanza del sostegno delle altre donne del gruppo, ma questa mancanza è compensata dal ricorso ai servizi medico-sociali, che offrono consigli ed assicurano una sorveglianza necessaria ed un sostegno spesso efficace.
Dunque a tutt'oggi, fra la campagna e la città, nel Maghreb come per le persone immigrate, due modalità di nutrire i bambini stanno cambiando radicalmente : da una presa in carico collettiva ad una più individuale, con una durata meno lunga di un allattamento di migliore qualità grazie ad un'alimentazione più soddisfacente delle nutrici, ed ad uno svezzamento condotto meglio. Il latte materno può anche essere sostituito, ogni tanto, da altri latti e le donne stanno meglio e più in salute, non essendo più sottomesse ad una fecondità massimale.
Tuttavia, possiamo domandarci se il passaggio sempre più frequente al latte non materno può aver avuto come effetto, riguardo alle rappresentazioni e alle abitudini tradizionali, quello di togliere alle donne nutrici una funzione biologica tanto valorizzata socialmente, che stabiliva una filiazione attraverso le donne e dava loro un contro-potere rispetto alle rigorose esigenze strettamente patrilineari e patriarcali.
BIBLIOGRAFIA
Boucebci M. Psychiatrie, société et développement (Algérie). Alger : SNED-Médecine ; 1982.
Detienne M. “Demeter”. In : Dictionnaire des Mythologies. Paris : Flammarion ; 1981.
Genevois H. La mère. Alger : Fichier de Documentation Berbère II ; 1970.
Lacoste-Dujardin C. Des mères contre les femmes. Maternité et patriarcat au Maghreb. Paris : La Découverte/Poche ; 1996.
Lacoste-Dujardin C.Contes merveilleux de Kabylie, narrés par ‘Amor ben Moh'ammed ou ‘Ali Taudouchth,recueillis par Auguste Mouliéras en 1891. Aix-en-Provence : Edisud, Coll. “Bilingues” ; 1999.
Ladrière P. Reproduction de la vie humaine, biologie et religion. In : Oppression des femmes et religion. Travaux et Documents du Centre d'études sociologiques (VIII) ; 1983.
SOMMARIO
La filiazione attraverso il latte nel Maghreb
Nelle società patriarcali del Maghreb, il ruolo materno è, per le donne, esclusivo rispetto ad altri ruoli. Ma generare non è solo portare nel grembo il bambino e lasciare che Dio lo faccia crescere, quanto piuttosto la vera maternità consiste, dopo la nascita, nel nutrirlo. L'importanza dell'allattamento è tale che stabilisce tra la nutrice e il lattante una quasi-filiazione, in una società in cui, peraltro, le donne sono escluse dalla grande famiglia patrilineare che comprende solo gli uomini. Così l'allattamento sembra conferire alle nutrici una forma di contro-potere.
Parole chiave : Maternità, Allattamento, Filiazione, Patriarcato, Maghreb.