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Pour citer cet article :
Godard MO. Il profeta, l’indovino e lo psicanalista nel paese dei sogni traumatici. Bobigny : Association Internationale d'EthnoPsychanalyse ; 2008. Available from : http ://www.clinique-transculturelle.org/AIEPtextes
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Il profeta, l’indovino e lo psicanalista
nel paese dei sogni traumatici (1)
Marie Odile Godard*
Fra i diversi sogni – sogni di desiderio, sogni premonitori, sogni d’angoscia – il sogno traumatico è molto più enigmatico. Qual è la sua funzione ? E’ una funzione terapeutica o è un segno di trauma psichico ?
E’ questo tipo di sogno che analizzerò qui. Ha forse il triste privilegio di essere comune a tutte le società ? Il sogno traumatico è subito da parte di uomini, donne e bambini coinvolti in un cataclisma come un genocidio o una guerra. Ciò che caratterizza questo sogno è la riproduzione identica di una scena di orrore già vissuta, senza alcun cambiamento. Sono le stesse immagini, la stessa azione ; nessuna distanza è possibile.
Di fronte a questi sogni, le vittime urlano per chiamare soccorso, si dibattono e fuggono e, la notte dopo, non possono dormire.
Il sogno traumatico è la riproduzione di una stessa immagine, di una stessa emozione : il terrore. Nessuna elaborazione del sogno : non lo spostamento, non la condensazione, non la trasformazione nel contrario, e nemmeno la simbolizzazione. Nessuna interpretazione è possibile se non la certezza che tutto ricominci. E’ alla luce della parola di sopravvissuti di Auschwitz e di quella di sopravvissuti del genocidio dei Tutsi in Rwanda che mi sono avvicinata a questo fenomeno.
Il sogno
L’uomo pensa, l’uomo sogna. Se il piccolo dell’uomo prende coscienza abbastanza tardi del fatto che pensa, lo stesso piccolo quando fa le prime esperienze di sogni è soffocato dalle immagini che vede. “Anche l’uomo meno curioso del significato di ciò che gli succede, il meno desideroso di interrogare ciò che incontra, non può evitare di stupirsi un giorno per i suoi sogni, stupirsi di aver sognato così”. (Carrique 2002).
Qualunque sia la cultura, il sogno, dalla più tenera infanzia, stupisce e inquieta. Da dove vengono le immagini ? Illusione o realtà ? Chi le produce e poi perché ? Chiunque, in funzione dei dati che lo circondano, avanza un’interpretazione. Non è sempre espressa coscientemente, ma può emergere e in qualunque momento può imporre le sue leggi.
Secondo la società alla quale si appartiene, l’attribuzione delle immagini del sogno differisce, perché si riferiscono tutte alla cosmogonia di quella società. Questo vale per il sogno semplice, ma anche per quello traumatico. Scommettiamo anche che alcune di queste interpretazioni (ne vedremo alcune) rinforzano l’aspetto persecutorio dei sogni traumatici.
Per studiare questo tipo di sogni, mi appoggerò sull’esperienza di due genocidi : la Shoah della quale non c’è più bisogno di ricordare l’esistenza né gli effetti, e il genocidio dei Tutsi in Rwanda che fece fra 500.000 e un milione di morti in circa quattro mesi.
Durante la Shoah, le persone in campo di concentramento sono stati oggetto di sogni dei quali avevano paura. Sognare di mangiare, sognare dell’esterno del campo aveva l’apparenza di sogni di desiderio, ma si trasformavano in puro orrore dal quale bisognava svegliarsi per il rischio di esserne perseguitati tutto il giorno. Inoltre, più di cinquant’anni dopo, i sopravvissuti della Shoah sognano ancora i campi e in Rwanda, otto anni dopo, nel momento in cui i Gacaca (2) si posizionano per tentare di vuotare le prigioni, i sopravvissuti fuggono, anche loro, la loro notte.
In entrambi questi drammi, ciò che riescono a dimenticare durante il giorno, li assale la notte.
Cosa ne è dell’effetto dei loro sogni secondo le tradizioni di queste due culture ?
Prima di continuare mi sembra necessario precisare che non penso che tutti i sopravvissuti dalla Shoah (3) e quelli dal genocidio dei Tutsi aderiscano a credenze ancestrali alle quali si riferiscano sistematicamente. Tuttavia ho potuto osservare che in simili prove, le vittime cercavano di trovare un senso a ciò che era successo e che, in questa ricerca, tornano spesso a valori ancestrali che potrebbero sostenerli. Lo scopo non è dunque di suggerire questi valori, ma di ascoltarli.
La tradizione ebraica e il sogno
La tradizione ebraica si collega evidentemente alla tradizione biblica e talmudica : La Bibbia, considerata come il primo libro del monoteismo, ci fa intravedere una cosmogonia complicata : un Dio unico, degli angeli intermediari, dei profeti e degli uomini. Ogni personaggio ha un ruolo ben determinato e i sogni sono dei messaggi diretti di Dio in alcuni casi, ma più spesso messaggi di un angelo, inviato da Dio. Questi messaggi non sono sempre evidenti, devono essere interpretati. Se non ci sono regole interpretative, c’è però un codice simbolico particolare studiato nel Talmud. Ecco qualche esempio : “Se si sogna che il proprio naso cade, significa che la propria collera si calmerà, se si sogna che le proprie due mani sono tagliate, significa che non se ne avrà più bisogno per guadagnarsi la vita… Chi si vede entrare in una grande città, vuol dire che i suoi desideri saranno esauditi…” (Soued 1997)
Nella Bibbia si possono distinguere dei sogni (4) e dei torpori (5). I primi possono avvertire o annunciare un pericolo, consigliare o ordinare mentre i secondi provocano spavento. Contrariamente al sogno traumatico i torpori annunciano orrori nuovi. Appaiono nel momento dell’addormentamento e annunciano un avvenimento futuro che suscita necessariamente l’orrore.
I sogni sono messaggi di Yahvé che devono essere interpretati da un saggio, un profeta, o più raramente dal sognatore stesso. Il sogno qui non è nulla, non porta un senso in se stesso, non acquisisce realtà se non a partire dal momento in cui è interpretato. Il senso del sogno può variare a seconda del suo autore. Per questo è preferibile scegliere chi lo interpreterà, perché ciò che egli dirà si realizzerà.
Si può dunque pensare che sognare non sia pericoloso, ma che interpretare un sogno possa esserlo.
Nella Bibbia Giuseppe interpretando tre sogni (Genesi 41/10.24) mostra tutte le caratteristiche del sogno biblico : il sogno del mattino e quello che un amico fa su di noi, sono di ispirazione profetica. Due sogni che si susseguono e che hanno dei punti in comune sono un solo e medesimo sogno. Nella tradizione è il Dio – Uno che mette la parola nella bocca del sognatore come in quella dell’interprete. In sogno, l’anima si eleva e incontra gli angeli dell’armata divina, che formano a modo loro l’immagine che abbiamo. Nel sogno non ci sono più né la logica né la ragione che abbiamo forgiato secondo la nostra scala umana, per soddisfare il nostro bisogno di certezza. In sogno tutto ci sembra incoerente e irreale, affinché l’interpretazione che ne facciamo al nostro livello sia il motore degli avvenimenti che seguono. Per uno stesso sogno,ci sono numerose interpretazioni che sono possibili e che possono verificarsi. Quando c’è un’armonia fra il sognatore e il suo interprete e una connessione perfetta fra il racconto del sognatore e l’interpretazione che ne viene fatta, il sogno si realizza effettivamente.
Il sogno può dunque essere il motore degli avvenimenti futuri e può perdere allora il suo carattere di profezia, per acquisire quello di prevenzione. Dopo essere stato interpretato, tutto può ancora cambiare, perché il sogno previene in questo caso dalla disgrazia. Penso qui a ciò che un sopravvissuto di Auschwitz mi ha raccontato a proposito di suo fratello :
“Sogna che mia madre veniva nel suo sogno. Diceva : ‘Alberto resta qui. Non andartene’. Le assicuro che è un fratello che non ha mai lottato nella sua vita, non ha mai fatto del male, non sapeva arrangiarsi. La prima volta ha lasciato correre, la seconda era la stessa cosa. ‘Non andartene’. La terza notte è stato nel momento in cui c’era l’evacuazione. Lui dice ai suoi compagni ‘Io non vado, io resto qui’. ‘Sei matto !’ ‘Ho sognato mia madre, tre volte è venuta : Andate, io non me ne vado : Morire per morire, io resto qui.’ Si sono chiusi dentro, erano una decina, si sono nascosti. Non ha fatto la marcia della morte. E’ veramente incredibile, un sogno di mia madre che gli diceva per tre volte. E’ restato. Questo l’ha salvato.”
Questo sogno l’ha avvertito del pericolo supplementare che correva partecipando a quella che si è chiamata più tardi “la marcia della morte” senza tuttavia annunciarla.
Nella Bibbia le strategie per evitare le disgrazie sono diverse : non parlare del sogno ; tenerlo nella testa ; non interpretarlo ; se lo si interpreta scegliere chi lo interpreta. Seguire alla lettera i consigli, gli ordini o gli avvertimenti quando il sogno ne contiene.
Ma quest’altro sogno, come prenderlo ? Una sopravvissuta che non ha mai sognato durante il campo, come per proteggersi, a lungo, molto a lungo dopo l’uscita dal campo, sognando non riesce più a proteggersi :
“Sognavo dei miei genitori, li vedevo solo di spalle. Ma dicevo loro : ‘Guardatemi, sono vostra figlia’. Quando parlavo con mia sorella Elsa. Lei mi parlava di loro e poi svaniva, non c’era più niente. E il mio fratellino Bernard e mio fratello Jacques. Più li vedevo e più urlavo.”
Ciò che è messo in scena in questo sogno non è che l’abbozzo di un desiderio, quello di essere riconosciuta dai genitori. Era cambiata, pesava una trentina di chili, era riconoscibile ? Potrebbero guardarla ? E loro perché si presentavano di schiena ? L’avevano abbandonata ? Si sentiva sola e senza genitori ?
Questo tipo di sogni si ritrovano spesso nei sopravvissuti ; sono sempre vissuti come momenti persecutori per l’amarezza che si lasciano dietro. Qual è il messaggio e chi lo manda ? Due versanti a questi sogni : finalmente rivede i tratti di alcuni esseri amati, ma nello stesso tempo mette in immagini la loro sparizione. E’ un modo di controllare le cose. L’ultima volta che ha visto i suoi genitori i suoi fratelli e sorelle, non sapeva che non li avrebbe più visti. Ripetere questa scena è tentare di godere di questo momento rubato, ma è anche tentare disperatamente di rifare la storia. C’è solo lei, ci sono solo loro, non il campo, non i tedeschi. Quello che appare come un desiderio – rivedere i genitori – si trasforma nel contrario, la loro sparizione.
Questi due sogni sembrano porre delle domande : che cosa si sarebbe dovuto fare ? Che cosa si sarebbe dovuto sapere ? Qual è il messaggio ?
Questa sorta di sogni non rappresenta dunque il desiderio di un’istanza contro il desiderio di un’altra. Rimette in scena l’impossibilità di desiderare in un mondo senza senso.
L’immagine traumatica vissuta – la separazione dai genitori – dovrà riprodursi ; questa sopravvissuta resterà eternamente separata dai suoi genitori. Si può capire l’orrore che questo sogno ricorrente rappresenta.
Per quanto lontani siano dalla tradizione, alcuni sopravvissuti non possono non essere presi da questa concezione : “Ciò che rivivo ogni notte in un nuovo orrore, si riprodurrà di nuovo ?”
“Siamo dei morti viventi”, mi diceva a proposito delle sue notti la signora K. sopravvissuta di Auschwitz. Nella tradizione ebraica, biblica, il sogno è una profezia, quello che si sogna avverrà, in modo identico, secondo come è interpretato. Noi sappiamo che questi sopravvissuti hanno smesso di parlare delle loro sofferenze passate e presenti, come dei loro sogni. Qual è il motivo di questo silenzio ? L’incredulità di coloro che li hanno accolti all’uscita dai campi o la pericolosità di raccontare i loro sogni ?
Forse l’impossibilità di farsi capire li ha a volte portati a delle interpretazioni più tradizionali di questi sogni.
La tradizione rwandese e i sogni
La tradizione culturale rwandese è molto antica, trasmessa da padre a figlio da dei “guardiani della tradizione” sotto forma di poesie e di storie dinastiche imparate a memoria.
La cosmogonia tradizionale del Rwanda presenta quattro livelli : Imana, dio unico che regna come padrone assoluto. Egli “percorre il mondo, ma torna di notte in Randa” (Gasarabwe 1992). Poi ci sono gli Imandwa, una sorta di intermediari piuttosto simpatici e il loro capo Ryangome o Lyangome, eroe mitico. Infine vengono gli Abazimu, spiriti degli antenati, i più vicini agli uomini.
Benché la colonizzazione da parte dei sacerdoti bianchi abbia imposto una forte evangelizzazione, non ha potuto impedire l’azione degli indovini che agivano nella clandestinità. Quando sorgeva un problema si andava dal curato, ma anche dall’indovino.
Gli Abazimu non si manifestano che in maniera negativa. La loro collera può provocare malattia mentale, incubi e altre manifestazioni sgradevoli. Un Umuzimu (6) soddisfatto non si esprime. Se i brutti sogni sono dunque i messaggi degli Abazimu, segni di disturbo mentale, le cose sono però più sfumate, perché a seconda della forma dei sintomi si determina una o l’altra eziologia per questi attacchi. Così i brutti sogni, gli incubi, i sogni traumatici, possono essere attribuiti, a seconda delle loro forme, a cause diverse. E’ accettato che tutti sognino : “è normale, sottolinea un medico tradizionale, ma quando si sogna e si fugge, allora si tratta degli Abazimu”.
La notte ha un’importanza particolare in Rwanda. Gli indovini sapevano interpretare i sogni e gli incubi, molti sono morti, i medici tradizionali ci provano. La parola su queste produzioni notturne è quindi difficile.
Tutto avviene come se ci fossero tre livelli di difficoltà successive per le persone che subiscono delle notti tormentate : il brutto sogno è un messaggio ; questo messaggio viene dagli Abazimu dei genitori morti senza sepoltura ; questo messaggio è fatto di immagini traumatiche che si ripetono.
Quando si chiede ai pazienti : “E la notte come va ?”, rispondono : “A volte non dormo. Certe volte ho paura di dormire, ho paura degli incubi”. E quando vogliono raccontare non possono che dire “E’ quello che mi è successo” oppure “E’ la stessa cosa, torna”. I sintomi si moltiplicano. Di giorno sono flash back e reviviscenze, di notte incubi e sogni traumatici. Di notte, come di giorno, questi pazienti sono estenuati. Pensano di essere impazziti, che gli Abazimu li attacchino. Perché, si chiedono, c’è questa intenzionalità malefica di genitori che vengono tanto pianti ? Perché coloro che erano protettori diventano persecutori ? Perché ciò che loro non hanno fatto, ciò contro cui hanno lottato, loro lo fanno rifare dai loro assassini ?
Riprendendo il testo di Freud, Totem e tabu (Freud, 1916), ho trovato delle notazioni interessanti sulla possibile interpretazione del “demonismo delle anime delle persone morte recentemente e della necessità per i sopravvissuti di difendersi contro l’ostilità di queste anime”. Questo demonismo testimonia l’ambivalenza dei sentimenti nei confronti dei morti tanto da parte dei nevrotici ossessivi che presso i popoli animisti. Contrariamente ai nevrotici, questi ultimi si servono diversamente di questo sentimento di ostilità verso i morti, “è esteriorizzato, attribuito al morto stesso. Si tratta di un meccanismo di difesa che chiamiamo nella vita psichica sia normale che patologica la proiezione. Il sopravvissuto si difende dall’aver mai provato un sentimento ostile nei confronti del caro scomparso ; egli pensa che sia l’anima dello scomparso che nutre questo sentimento e che cercherà di saziarlo per tutta la durata del lutto. (…) E’ il prodotto di una opposizione fra il dolore cosciente e la soddisfazione inconscia, l’una e l’altra causate dalla morte”. (Freud 1916) Un anno prima, nelle Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte (1915), Freud scrive : “Così questi morti molto amati erano stati ugualmente degli stranieri e dei nemici, che avevano suscitato in lui, fra gli altri, dei sentimenti ostili. (…) Accanto al cadavere della persona amata immaginò gli spiriti, e la sua coscienza di colpa, nata dalla soddisfazione che si era mescolata al lutto, fece sì che questi spiriti creati all’inizio, divennero dei demoni malvagi davanti ai quali non si poteva che essere in preda all’angoscia”. Questa spiegazione può essere pertinente per dei sogni, rielaborati dallo psichismo, ma certamente non per dei sogni traumatici che non possiedono la plasticità neanche dei semplici incubi.
Quando il sogno riproduce l’orrore già vissuto, allora i pazienti si sentono perseguitati. Parlare e raccontare queste immagini è ripetere l’orrore, riconoscerlo davanti agli occhi degli altri. E’ sentirsi oggetto degli Abazimu.
Una giovane donna rwandese ha ritrovato i suoi due bambini di 6 e 9 anni, non parlavano più. Gli Interahamwe (7) li portavano per ucciderli sul bordo di una fossa e poi li riportavano indietro, e questo per diverse volte di seguito. Loro non morivano mai, gli altri sì. Il maggiore aveva degli incubi, vedeva la sua zia morta e i miliziani che venivano a ucciderli. In questi momenti il bambino pronunciava delle parole agitate : il nome della zia e il nome dei miliziani. La madre non sapeva più che cosa fare, pensava che i suoi bambini fossero posseduti dalle anime della zia. Un’altra donna si lamenta con un terapeuta di AVEGA (8) :
“Di notte la gente veniva a cercarmi con i machete e ogni volta i miei bambini mi svegliavano sul recinto.”
I fatti, in questi sogni, sembrano talmente reali che richiamano l’azione, la fuga. Questa donna non poteva che riprodurre ciò che aveva fatto davanti a una tale minaccia : tentare di scavalcare la palizzata del suo recinto per sfuggire agli uccisori.
Le scene sono forti, violente, quasi allucinatorie, provocano sempre il risveglio, ma la parola di queste immagini resta vaga, imprecisa, quasi allusiva e fa sempre riferimento a un fondo di storia di orrore conosciuta e riconosciuta da tutti.
Benjamin Serene, scrittore rwandese in esilio al momento del genocidio, scrive sui suoi sogni dopo il ritorno al paese :
“Di notte facevo sempre lo stesso incubo : quello di essere bloccato a Kigali perchè la guerra aveva ripreso e di essere inseguito da una banda di miliziani Interahamwe armati di machete.” (Serene 1998)
Questo sogno sembra rappresentare un desiderio, quello di prendere una parte delle disgrazie che quelli che non hanno potuto fuggire hanno subito. Essere con gli altri, sentirli, capirli. Non sentirsi più escluso dai sopravvissuti.
Le “persone che tornano”, “i militari”, “gli Interahamwe” (milizia, agenti principali del genocidio), gli assassini col machete in piena azione, ecco le immagini tanto spesso rappresentate, sono state viste tante volte dai sopravvissuti e vengono a frequentare le loro notti ; sembrano vaghe nelle loro descrizioni e efficaci nelle conseguenze. Chi ne è vittima è annientato dalla paura, si sveglia, fugge, chiama aiuto. Dai disturbi ( risveglio, urla, fuga) che causano, riconosciamo i sogni traumatici, ma il modo di non poterne parlare se non evocativamente, con allusioni, è legato alla cultura rwandese. Perché questa difficoltà a dire e a descrivere precisamente le immagini dei sogni dal momento che raccontare ciò che è avvenuto non pone praticamente problemi in Rwanda ? In effetti la parola sugli atti del genocidio è continua, praticamente “ossessiva” in questo paese. (Godard 1997)
Il sogno traumatico è un attacco
Per tentare di provare la legittimità di questo studio sui sogni traumatici in due diverse culture, comincerò con questa notazione di Geza Roheim : “Sembra che nel sogno risieda una delle sorgenti più importanti della cultura umana. Possiamo dire che la gigantesca struttura immaginaria che abbiamo edificato nel corso dei secoli prenda effettivamente origine nei nostri sogni, o più precisamente quando un essere umano prova il bisogno di raccontare il suo sogno a un altro, cioè una situazione psicanalitica preistorica”. (Roheim 1952).
Dopo delle catastrofi umane come un genocidio, gli uomini sognano, hanno incubi, subiscono sogni traumatici. Certe culture, a causa del senso che danno ai sogni, rinforzano l’orrore sempre presente. Dei sopravvissuti, perseguitati dai loro sogni, cercano tutte le spiegazioni possibili sul ritorno di quelle immagini. Confidare il proprio sogno traumatico per depositarlo, per staccarsene, per introdurre un terzo in quell’orrore e che questo terzo sia un indovino, un saggio, un profeta o un analista, sembra una necessità. In tutte le società i pazienti si interrogano su questa ripetizione dell’orrore durante la notte attraverso i loro sogni. Si sentono impotenti a fermarli, a trasformarli. Fanno fatica a non sentirsi responsabili dei loro sogni.
A seconda delle culture, ci si attribuisce o si attribuisce all’altro la responsabilità dei disturbi. In Rwanda alcuni si sentono perseguitati dagli Abazimu. Nella cultura ebraica il sogno è un messaggio di Dio che annuncia quello che succederà. Come sopportare allora di vedere i propri bambini che tornano nei campi, per esempio ?
In ogni caso il sogno traumatico è l’allucinazione di una scena traumatica vissuta dal sognatore come se agisse di nuovo. Non è nemmeno la ripetizione del trauma : è il trauma stesso. (Barrois 1988 ; Briole 1987, Crocq 1999). Non c’è nessuna distanza, nessuna creazione da parte di un lavoro psichico. La sua funzione sembra proprio essere nella ripetizione, nella “ri” presentazione sempiterna della scena traumatica. Perché questa ripetizione ? Perché l’uomo ha bisogno di rivedere una scena, fonte di disgrazia ?
Diverse ipotesi si giustappongono : tentare di rivivere l’avvenimento per controllarlo, passando dalla passività all’attività ; tentare di riscrivere la storia trasformando qualche elemento per diminuire la disgrazia ; tentare di rivivere le cose “sotto” la produzione di angoscia, diceva Freud (1920) : Fare in modo che il segnale d’angoscia svolga il suo ruolo di protezione ; tentare di tornare nel tempo a prima del trauma ; tentare di ritornare a quello stato antico e mitico : “Lo scopo della vita, è la morte e, tornando indietro, il non vivente era lì prima del vivente”. (Freud 1920). Non essere più vivi è cessare di soffrire. L’operazione fallisce e il tempo del trauma si sviluppa di nuovo. Ci sarebbe dunque un tempo mitico precedente al tempo del principio del piacere, un tempo di mancanza di angoscia, di mancanza di preparazione. Sarebbe un tempo “morto” o un tempo della morte, del senza tensione, un tempo dell’arresto totale degli affetti.
In una situazione traumatica ci sarebbe un’impreparazione che si porta il trauma, poi un tempo di tentativo di ritorno allo stato senza tensione per la sparizione dell’immagine. Come e perché il sogno traumatico si ripete ? Con il suo triplo movimento – ritorno dell’immagine, tentativo di controllo dell’immagine e tentativo di preparazione tramite l’angoscia – il sogno traumatico cercherà, con tutti i mezzi abituali del sogno : cambiamenti, omissioni, riscritture, di diminuirne gli effetti. Ma ogni volta ci sarà fallimento.
Questo sembra valere sia per i sopravvissuti della Shoah che per quelli del Rwanda. La ripetizione dei sogni traumatici avviene in tutti i casi. E’ l’origine di queste ripetizioni che è diversa a seconda delle culture. Parlavamo di cosmogonia, gli uni attribuiscono le loro immagini persecutorie agli antenati, gli altri a Dio, altri ancora, fra cui me, attribuiscono queste immagini alla forza della pulsione di morte. Queste tre soluzioni non sono che delle rappresentazioni di uno stesso fenomeno che abbiamo qui descritto. Nei primi due casi, la fonte dei sogni è esterna, nel terzo è interna. Qual è più sopportabile ? E, soprattutto, dopo l’enumerazione di queste rappresentazioni, quale può essere il ruolo dello psicanalista ? Lui, specialista dell’interpretazione del sogno, è messo in condizioni di non interpretarlo. Dicevamo : Il sogno traumatico è la ripetizione dell’orrore, della “cosa stessa”. Non sarà interpretabile che il giorno in cui comparirà una differenza fra questo e la scena vissuta. Ma il ruolo dello psicanalista sarà cominciato molto prima, perché egli sarà stato nella posizione di ricevere la parola spesso violenta dei sopravvissuti. Dovrà diventare “un portatore di emozioni” perché troppo spesso le vittime di genocidio parlano una, due tre volte, non tanto con quella specie di indifferenza spesso descritta, ma piuttosto in uno stato di iper attenzione all’altro, a colui al quale si racconta. Tutto avviene come se essi fossero in attesa delle emozioni che provocano con la loro storia. Verificano l’orrore degli avvenimenti vissuti attraverso l’effetto del loro racconto.
Lo psicanalista sarà evidentemente nell’ascolto e nella comprensione di tutte queste interpretazioni culturali, pronto a captare il momento nel quale, attraverso il gioco del transfert, le rappresentazioni si diversificheranno.
Ciò che interessa le vittime di questi sogni, è di poterli progressivamente evacuare, di trasformarli per infine sopportarli. Nella lingua rwandese, il kinyarwanda, la parola genocidio non esiste e i medici tradizionali sono sopraffatti dalle manifestazioni del trauma a esso connesse. E’ quindi attraverso un va e vieni fra le diverse interpretazioni di questi fenomeni che i terapeuti rwandesi tentano di ricevere, di capire, di contenere, e di aiutare la trasformazione dei sogni traumatici. E’ anche in questo va e vieni fra la tradizione e la psicanalisi che molti sopravvissuti della Shoah tentano di tranquillizzarsi.
Parigi, giugno 2003
* Psicanalista. Maitre de conferences all’Università di Piccardia.
(1) Articolo pubblicato in francese con il titolo “Le prophète, le devin et le psychanalyste au pays des reves traumatiques” di Marie Odile Godard, rivista L’autre, Cliniques, Cultures et Sociétés 2004 ; 5(1) “Les mondes de la nuit” : 47-59 (tradotto in italiano da Ida Finzi ; pubblicato sul sito con l’accordo dell’autore e dell’editore).
(2) I Gacaca (si pronuncia Gasciascia) sono i tribunali tradizionali di prima della colonizzazione. Un’assemblea di saggi designata dalla comunità bloccava i conflitti di vicinato. Nel novembre 2001 i giudici di questo nuovo Gacaca sono stati eletti, poi formati. Il 18 giugno 2002 i primi Gacaca cominciano a istruire i processi.
(3) Non tutti i sopravvissuti dei campi sono ebrei, ma possiamo anche pensare che appartengano in maggioranza alla cultura giudeo-cristiana che attinge a una stessa fonte, la Bibbia.
(4) Il sogno di Isacco (Genesi 26/24 25), il sogno di Giacobbe (Genesi 28/10 18), il sogno di Giuseppe (uno dei 12 figli del patriarca Giacobbe) (Genesi 37/2 11) ecc.
(5) I torpori : il torpore di Adamo (Genesi 2/21), il torpore di Abramo (Genesi 15/12), il sogno furtivo di Elifaz di Ternan (Giobbe 4/12 – 21).
(6) Il singolare è Umuzimu e il plurale Abazimu.
(7) Milizia che ha perpetrato il genocidio.
(8) Associazione delle vedove del genocidio di aprile.